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Carcere, un Albanese si suicida in carcere. Arrestato per furto

L’uomo, di origini albanesi, aveva 40 anni. Da alcuni mesi era in custodia cautelare. Garante comunale: “Serve formazione per gli operatori locali. Puntare anche a progetti di peer supports di Modena, dove 13 detenuti supportano le persone giudicate a rischio”

Tra la notte di sabato e domenica, un detenuto albanese di 40 anni si è tolto la vita nella Casa circondariale Rocco D’Amato. Si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, in attesa di giudizio per furto e resistenza a pubblico ufficiale. Il compagno che con lui condivideva la camera detentiva non si sarebbe accorto di nulla. Nelle ultime ore aveva chiesto e ottenuto di parlare con la propria famiglia. La notizia arriva da Antonio Ianniello, garante comunale dei detenuti. “Nel corso del 2019 – scrive in una nota – si sono consumati due suicidi di persone detenute presso il carcere di Bologna e nel primo weekend dell’autunno di quest’anno giunge ancora una volta la tragica notizia di un altro suicidio riguardante un uomo straniero che si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, alloggiato in una cella condivisa.

Oggi come allora risulta sempre all’ordine del giorno l’urgenza di elaborare strategie che possano rendere più incisiva l’attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, le cui indicazioni devono essere tradotte nei protocolli operativi locali, tra il singolo Istituto penitenziario e la competente Azienda sanitaria, costituendo il piano locale di prevenzione. Complesso è lo sforzo dei vari operatori in un contesto detentivo nel quale è ridotta la sostenibilità dei numeri relativi alle presenze in carcere, risultando spesso la coperta troppo corta”.

Ianniello, poi, avanza una proposta: “Il Piano nazionale offre spunti essenziali che mettono al centro la formazione degli operatori locali, in particolare quelli a più diretto contatto con la quotidianità detentiva in un quadro di condivisione del complesso degli interventi fra area penitenziaria e area sanitaria, e pone anche l’accento sul potenziale ausilio che può giungere dalle stesse persone detenute, adeguatamente formate a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio con l’obiettivo di tentare di costruire interventi concreti per presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale”. Il riferimento del garante è un progetto avviato dall’Azienda Usl di Modena. Si chiama Peer supports e coinvolge 13 persone detenute selezionate e ritenute in grado di poter assicurare una funzione di sostegno per le altre persone a rischio, avendo il compito di allertare i medici e gli operatori penitenziari quando sorgano situazioni di allarme circa lo stato emotivo-psicologico della persona. “Se la sperimentazione modenese risultasse efficace – conclude Ianniello – sarebbe auspicabile, ricorrendone i presupposti, valutare l’opportunità di esportare il progetto anche nel territorio bolognese”.

Sull’accaduto è intervenuto, interpellato da Repubblica Bologna, anche Francesco Borrelli, dirigente del sindacato della Polizia penitenziaria Sappe: “Il detenuto era ospitato al primo piano, nel reparto infermeria, dov’era stato trasferito a sua tutela dopo aver avuto problemi con dei connazionali. Alla Dozza abbiamo oggi 730 detenuti, siamo in sovraffollamento. E c’è una carenza di organico degli agenti. Grazie alla professionalità degli agenti, evitiamo tantissimi tentativi di suicidio. Ma serve anche una dotazione idonea”.

rdadmin

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